MARCO PALMAS

Diffusione del burnout nelle helping profesion

DIFFUSIONE DEL FENOMENO NELLE HELPING PROFESIONS

È dalla fine degli anni 70’ che il termine burnout viene utilizzato per indicare una forma di “sofferenza lavoro correlata” strettamente collegata allo stress lavorativo specifico delle “helping profession”. I lavoratori considerati sono, rappresentanti soprattutto di quelle attività in cui il rapporto con l’utente ha un ‘importanza fondamentale. In queste attività il lavoro è a beneficio dell’altro, ed acquisisce un forte significato di sostegno, di aiuto e guida per chi è in difficoltà. Questo implica che la maggior parte delle mansioni debba essere svolta a stretto contatto con l’utenza, ed è in virtù di questo continuo contatto che le professioni d’aiuto possono essere considerate maggiormente soggette a problemi di burnout.

I primi studi che indagavano la diffusione del burnout si basarono su metodologie qualitative quali osservazioni, interviste, case study. Negli anni 80’ la ricerca sul burn out divenne più sistematica ed empirica. Aumentarono gli studi quantitativi per tratteggiare le caratteristiche comuni del fenomeno con il coinvolgimento di campioni sempre più ampi e diversificati. Negli anni 90’ gli studi, si espansero anche al di fuori delle professioni sanitarie ed educative, si utilizzarono metodologie più sofisticate. Inoltre si svilupparono studi longitudinali che analizzavano gli stessi soggetti nel tempo per valutarne l’evoluzione. Nonostante la presenza di questi studi, definire però la diffusione del burnout resta ancora un’impresa difficile. Le stime che riportano alcune ricerche risentono infatti, molto del tipo di strumento utilizzato.

Nonostante le discrepanze, le indicazioni che arrivano dalla letteratura nazionale e internazionale evidenziano una diffusione media del burnout pari a circa l’8% dei  lavoratori coinvolti nelle ricerche (Shirom, 2005).

In generale quando affrontiamo l’argomento burnout la tendenza è di dare ampia considerazione all’influenza delle caratteristiche personali come elementi di rischio, sottovalutando l’importanza dei  fattori caratteristici del contesto di lavoro. A tal proposito potremmo citare studi che indagano su caratteristiche individuali che predisporrebbero all’insorgenza del fenomeno: età superiore ai trenta/quaranta anni, nubilato/celibato, livello culturale elevato; riportando poi come risultato   che in generale le persone che affrontano le difficoltà con un atteggiamento passivo/difensivo, con ridotte capacità di controllo o che si impegnano maggiormente nel proprio lavoro, risultano maggiormente a rischio (Tomei et al. 2008).

Analizzando invece i fattori caratteristici dei vari contesti lavorativi la letteratura dà ampio rilievo a tali fattori, causa di stress cronico, tra i quali risaltano tensioni eccessive prolungate (vedi a tal proposito “Anche Barbie va in burnout”) e il rapporto interpersonale (Maslach & Leiter, 1997). Questi due ultimi aspetti sono ben descitti nel mio libro “Anatomia di un burnout”

Indubbiamente le caratteristiche personali influenzano le modalità attraverso le quali ognuno interpreta, analizza e reagisce al contesto, ma non risultano essere le componenti determinanti dell’insorgenza del burnout.

Entrando un po’ più nello specifico possiamo notare come la letteratura generale riporti diversi studi con dati ben definiti sull’incidenza del burnout in reparti che trattano patologie croniche, come le oncologie (Barnard et al., 2006; Medland et al., 2004; Gentry & Baranowsky, 1998), i reparti di cura delle patologie psichiatriche e le degenze di malattie infettive (Zenobi & Stefanile, 2007). Se invece volgiamo lo sguardo ai reparti di terapia intensiva i dati sono discordanti e scarsi. Nello specifico degli infermieri che lavorano in reparti di terapia intensiva, risulta un basso esaurimento emotivo, fattore di rischio per la sindrome (Tummers et al., 2002), ma alti livelli di spersonalizzazione assistenziale (Viotti et al. 2012). In generale, il livello di insoddisfazione degli infermieri dei reparti per patologie acute risulta due volte superiore, presumibilmente per un maggior carico di lavoro, insieme a una riduzione dei tempi relazionali (Violante et al., 2009).

Ad ogni modo va evidenziato come ad ogni livello di assistenza siano l’ambiente organizzativo e il contesto lavorativo a farla da padrone su incidenza e sviluppo della sindrome e va ben tenuto a mente che nonostante siano passati decenni dalla prima identificazione, la sindrome da burnout resta ancora poco conosciuta e poco riconosciuta nei contesti professionali.

Burnout e PANDEMIA

Già nel maggio 2020 i primi studi riportavano un impatto forte e ovviamente negativo sulla salute psicofisica degli operatori impegnati nel contrastare quest’evento. In uno studio promosso dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – in collaborazione con la Società Italiana di Management e Leadership in Medicina (SIMM) e con il Segretariato Italiano Giovani Medici (S.I.G.M.) – nell’ambito del progetto “C.O.P.E.” (Covid19-related Outcomes of health Professionals during the Epidemic), nelle prime quattro settimane dell’emergenza sanitaria in Italia. In questo studio su un campione di 1150 operatori sanitari un operatore sanitario su tre mostrava segni di burnout e uno su due soffriva di sintomi di stress psico-fisico. I risultati di tale studio evidenziavano in “modo preoccupante come la salute psico-fisica degli operatori direttamente impegnati nella cura dei pazienti con diagnosi di COVID-19 fosse stata messa a dura prova da quest’emergenza sanitaria: il 45% del campione ha riportato di aver avvertito frequentemente almeno un sintomo di stress psico-fisico. In particolare, il 70% dei rispondenti ha dichiarato di essersi sentito più irritabile del normale, il 65% di avere avuto maggiori difficoltà ad addormentarsi, poco meno del 50% di aver sofferto di incubi notturni, il 45% di aver avuto crisi di pianto e il 35% palpitazioni”.
Per quanto riguarda lo stress lavorativo, “un operatore su tre mostra segni di alto esaurimento emotivo (la sensazione di essere emotivamente svuotati, logorati ed esausti) e uno su quattro moderati livelli di depersonalizzazione (ovvero, la tendenza ad essere cinici, trattare gli altri in maniera impersonale o come “oggetti”, sentirsi indifferenti rispetto ai pazienti e ai loro familiari).

Massimo Servadio, psicoterapeuta sistemico e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, in un articolo pubblicato su puntosicuro.it riporta alcune interessanti variazioni dei livelli rilevati di burnout tra gli infermieri nel primo periodo della pandemia da sars-Covid-19. Infatti, come riporta l’articolo, nel 2021, secondo un report di Indeed, su un campione di 1500 intervistati, il livello di burnout sale dal 43% dei periodi prepandemici al 52% nel periodo indicato.

Doversi adattare alle nuove situazioni di vita (perdita anche per lunghi periodi della libertà, nuovi obblighi e restrizioni) e le urgenti ed obbligatorie nuove misure che hanno impattato fortemente sull’ambito lavorativo ha infatti acuito un problema già presente. Interessante è notare che proprio i millenials e la generazione Z sono quelle fasce di età maggiormente colpite da questo punto di vista, dato demografico che stride con le ricerche sopra citate che tentavano appunto di identificare caratteristiche personali predisponenti. Mentre ancora una volta pare evidente quanto siano stati importanti la spinta dello stress protratto nel tempo e il contesto lavorativo (fortemente condizionato nella fattispecie da un evento che potremmo definire di rara portata) nel determinare l’innalzamento dei livelli di burnout rilevati.

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