MARCO PALMAS

IL fenomeno del burnout infermieristico

IL FENOMENO DEL BURNOUT

Per definizione quando parliamo di Burnout intendiamo identificare quel fenomeno per il quale un individuo sottoposto a stimoli lavorativi troppo intensi o troppo protratti nel tempo, perde quella naturale capacità di affrontare lo stress e finisce col lasciarsi sopraffare dai fattori stressanti, con conseguenze negative sulla sua salute mentale, sulla sua salute fisica e sulle prestazioni lavorative.

Per arrivare al burnout, quindi, bisogna partire dallo stress.

La parola Stress deriva dal latino strictus che indicava qualcosa di stretto, compresso o chiuso. Il fenomeno stress è stato studiato ampiamente nel corso degli anni ed ha assunto sempre più importanza a partire dalla seconda metà del Novecento. Hans Selye è stato senza dubbio lo studioso che ha dedicato la maggior parte della propria vita da ricercatore allo studio di questo fenomeno. Selye definì lo stress come la risposta aspecifica dell’organismo a stimoli e fattori estrinsechi ad esso. Visto così lo stress assume anche caratteri positivi dove per risposta intendiamo un meccanismo adottato dall’individuo per far fronte alle richieste che gli arrivano dall’ambiente esterno (quindi in questo caso possiamo parlare di eustress).

Nel 1950 questa risposta fisiologica Selye la propose nella “Sindrome generale di adattamento” articolandola in tre fasi:

una prima fase un cui l’organismo va in allarme per rispondere agli agenti stressanti; una seconda fase in cui si instaura una certa resistenza e quindi le difese, preparate dalla fase di allarme riescono a contenere lo stimolo e la situazione diventa piuttosto stabile; una terza fase in cui purtroppo, il perdurare degli agenti stressanti, provoca un decadimento delle difese e si sviluppa invece uno stato di esaurimento funzionale.

Ciò che bisognerebbe quindi evitare è lo stress cronico.

È chiaro, e ribadito a più riprese in letteratura, che una prolungata e duratura esposizione a forti stressor (agenti stressanti) determinerà il cronicizzarsi della risposta dell’organismo che evolverà in malattia. Lo stato di “malattia” generalmente lo si raggiunge con un insieme di concause coesistenti ma lo stress svolge un ruolo chiave.

Il primo che introdusse il termine burnout fu Freudenberger nel 1974, il quale indicò lo stato di esaurimento determinato dall’avere a che fare con altri in situazioni impegnative sotto il profilo emotivo.

Il termine burnout tradotto dall’espressione americana significa: “fuso”, “cortocircuitato”.

Sullo State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche”, il termine burnout indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, svuotamento interiore, disinteresse e senso di inefficacia per l’attività lavorativa (con riduzione della produttività).

Il burnout è un “pericolo” subdolo e invasivo in tutte quelle professioni che operano nel sociale, cioè le cosiddette helping professions (medici, infermieri/e, insegnanti, educatori), professioni in cui il rapporto con l’altro è di centralità, professionisti che svolgono un’attività lavorativa avente le seguenti caratteristiche:

  • Il lavoro richiede uno stretto contatto tra operatore e utente,
  • Il lavoro richiede la presenza costante dell’operatore,
  • Il lavoro richiede un coinvolgimento emotivo forte dell’operatore nelle problematiche dell’utente.

Queste naturalmente sono caratteristiche tipiche della professione infermieristica che quindi pongono l’infermiere un facile bersaglio per il burnout infermieristico.

Queste attività, per chi le svolge, richiedono un grosso dispendio di energie psicologiche. Quindi con il passare del tempo e dopo aver vissuto il di-stress, a causa delle aumentate e continue richieste nel tempo, spesso si procede verso un logorio psicologico che si manifesta con un pressante e pesante senso di frustrazione. Infatti, il lavoratore delle helping professions è chiamato ad attivare meccanismi di difesa per proteggersi da tutte quelle richieste di aiuto provenienti dal contesto lavorativo, le quali sente di non riuscire più a soddisfare. Proprio in questi contesti di aiuto e assistenza si avverte il pericolo del burnout.

Nel testo “Burnout – The Cost of Caring” del 1982, Maslach raccoglie testimonianze di lavoratori colpiti da job burnout ed elabora la definizione che a tutt’ oggi è maggiormente utilizzata per definire il fenomeno.
Per Maslach (1982) il job burnout costituisce una sindrome da stress cronico caratterizzato da tre dimensioni:

Esaurimento Emotivo (Emotional Exhaustion): rappresenta la dimensione centrale del burnout e può essere declinata come sensazione di esaurimento e svuotamento delle proprie risorse emotive.

Depersonalizzazione o Spersonalizzazione (Depersonalization): costituisce l’aspetto interpersonale del burnout e si contraddistingue per un esasperato distacco nella relazione con gli utenti derivante da un processo di “deumanizzazione”.

Ridotta Efficacia Personale (Reduced Personal Accomplishment): è definibile come la componente di valutazione di sé del fenomeno ed è caratterizzata da sensazioni di incompetenza e di mancanza di risultati nella propria attività.

Lo strumento più popolare e più utilizzato per la misurazione della sindrome di burnout è  appunto il Maslach Burnout Inventory (Maslach & Jackson, 1996).
Il Maslach Burnout Inventory è stato messo a punto da Christina Maslach insieme alla collega Susan Jacksoned ed è ad oggi la scala più usata dalle organizzazioni e dai ricercatori per stabilire come i dipendenti vivano il loro lavoro.

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